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Unwalled First Opera non è soltanto l’opera d’esordio della collezione; è il manifesto di una visione. Creata nel 2022 dall’artista Fabio Tassi su commissione di Nicola Tilli, quest’opera rappresenta il punto di arrivo di un viaggio iniziato nel marzo 1983 tra le strade di Berlino Est.
L’opera ha le sue radici nei frammenti autentici del Muro di Berlino e del suo filo spinato, raccolti da Nicola Tilli subito dopo lo storico concerto dei Pink Floyd che celebrò la fine di un’era. Per decenni, quei reperti sono rimasti custodi di una storia personale e collettiva, finché la sensibilità di Fabio Tassi non li ha trasformati in una scultura ciclopica. L’opera è stata presentata ufficialmente presso la suggestiva cornice del Castello di Tolcinasco, segnando la nascita della comunità culturale Unwalled.
L’installazione colpisce per la sua imponente verticalità, progettata per essere percepita come un tutt’uno da lontano, ma per rivelare dettagli minuziosi a pochi millimetri di distanza. Questo cambio costante di prospettiva è essenziale: solo muovendosi attorno ad essa si può comprendere il vero significato delle cose e la complessità delle barriere umane. Tassi ha modellato il cemento e l’acciaio come un moderno Efesto, unendo le “quattro arti dell’uomo” per ridare vita a frammenti che un tempo simboleggiavano l’incomunicabilità. Se ogni muro rappresenta il silenzio e la divisione, l’opera dimostra che quando quel muro cade, nasce un nuovo senso di condivisione e forza creativa. L’opera funge da testimone del tempo (Zeitgeist), ricordandoci che la Cortina di Ferro non era solo una barriera fisica, ma soprattutto una ferita culturale che l’arte ha oggi il compito di ricucire.
È definita “First Opera” perché funge da pietra angolare. Attorno a questo primo lavoro figurativo si è sviluppato il desiderio di Nicola Tilli di creare uno spazio digitale e fisico — un luogo privo di mura — dove altri artisti potessero unirsi per promuovere la tolleranza e l’unione.

L’opera si presenta come una grande pagina monumentale, uno spessore plastico che abbandona la fragilità della carta per farsi corpo solido e pesante. Questa scelta materica richiama immediatamente l’idea della legge come sostanza viva che grava sulla realtà e incide profondamente sulla vita delle persone.
Lo spessore elevato della scultura simboleggia la stratificazione storica del diritto; secoli di norme, sentenze e interpretazioni si accumulano, creando una struttura complessa che sostiene e, al tempo stesso, condiziona l’esistenza umana. Nella parte centrale emergono frammenti che suggeriscono un dinamismo interno. Rappresentano il processo incessante di evoluzione della giustizia: un insieme di errori, correzioni e verità che affiorano faticosamente dalla massa solida delle regole. La superficie è solcata da eleganti iscrizioni in oro, che sembrano fluttuare sulla materia chiara. Questo contrasto tra la pesantezza del supporto e la leggerezza della parola scritta sottolinea la tensione tra la rigidità della norma e la nobiltà dell’ideale di giustizia. Non più un concetto etereo, ma una forza tangibile. L’opera invita l’osservatore a riflettere su come la giustizia non sia un atto isolato, ma una costruzione corale, faticosa e profondamente radicata nella storia dell’uomo.
“La forza della giustizia” non è solo un omaggio al mondo del diritto, ma un’opera d’arte che mette a nudo l’anima delle istituzioni, mostrandone la fatica, la gloria e l’eterno divenire.

“La bussola della giustizia” è un’opera dal profondo valore simbolico che abbandona la narrazione didascalica per farsi puro concetto visivo. Attraverso una composizione evocativa, l’artista esplora il delicato equilibrio tra morale, decisione e confine.
Al centro della composizione domina il cerchio, forma perfetta che richiama l’unità, l’eternità e la completezza. In quest’opera, il cerchio non è solo una scelta geometrica, ma rappresenta lo spazio sacro entro cui la giustizia deve operare. Diversamente da uno strumento geografico, questa “bussola” indica una direzione etica. Suggerisce che la giustizia non sia una meta fissa, ma un orientamento costante del pensiero e dell’azione umana. La forma circolare definisce uno spazio chiuso, simboleggiando i limiti entro cui il potere e la legge devono muoversi. È un richiamo alla necessità di non uscire dai confini dell’equilibrio per non cadere nell’arbitrio. L’opera è concepita per stimolare una riflessione profonda sul rapporto tra il singolo e la decisione collettiva. Più che raccontare una storia, l’immagine mette in scena la tensione tra l’equilibrio interiore e la responsabilità morale.
L’uso sapiente della luce e delle sfumature (come visibile nelle tonalità acquatiche e nei bagliori dorati dell’immagine) conferisce all’opera una dimensione eterea. Non si tratta di un racconto, ma di una meditazione visiva che interroga lo spettatore sulla propria capacità di orientarsi nelle complessità del presente.
La bussola della giustizia è un invito a riscoprire il proprio baricentro morale in un mondo in continuo mutamento.

Black Hole (2025) è un’opera digitale su carta cotone di grande formato (100×100 cm) che esplora il concetto di attrazione e repulsione simultanee. Attraverso una composizione circolare rigorosa, l’artista Piero Campanini mette in scena il collasso etico della civiltà globale.
Al centro si staglia un nucleo nero impermeabile, un “buco nero” gravitazionale che divora tempo e volontà.
L’Umanità come Massa: Attorno al nucleo, una moltitudine di corpi umani si fonde in un magma unico. Non esiste individualità, ma solo un flusso collettivo che alimenta sé stesso in un moto di auto-sabotaggio. L’opera dialoga con la tradizione dell’Inferno dantesco e il nichilismo del Novecento, filtrati attraverso una teatralità barocca svuotata di ogni trascendenza o redenzione. Il male qui descritto è autogenerato; è una pulsione di morte collettiva che trascina l’uomo verso un futuro oscuro che è già presente.
Un’opera che non accusa, ma espone la cecità dell’umanità di fronte al vuoto che essa stessa crea.

Il Seme del Male (2023) è un’opera materica (85×85 cm) realizzata con pittura digitale, gesso e resina, che indaga la natura intrinseca del male nell’esistenza umana.
Al centro della tela domina un seme bianco a forma di uovo, simbolo universale di origine e purezza. Questa serenità è però spezzata da una profonda ferita da cui sgorga un fiotto di sangue vivido. Lo sfondo bianco, apparentemente neutro, cela un muro di teschi mimetizzati. Questa texture rivela allo spettatore attento che la morte e il male sono presenze costanti e insidiose, integrate nel quotidiano. L’uso del minimalismo cromatico (bianco e rosso) accentua il senso di “purezza corrotta”. Il seme suggerisce che il male sia una forza prenatale, un elemento che cresce silenziosamente sotto la superficie della normalità.
Attraverso un potente impatto visivo, Campanini stimola una meditazione sulla fragilità umana e sulla violenza come parte integrante del nostro essere.

In “Aereo in picchiata”, Giorgio Michetti cattura l’essenza del movimento puro e della velocità. L’opera non è una semplice rappresentazione figurativa, ma un’esplosione di vettori energetici che trasfigurano il soggetto meccanico in un evento visivo drammatico e coinvolgente.
La struttura del dipinto è dominata da linee diagonali e fasci di colore che squarciano lo spazio della tela. La direzione “in picchiata” è resa attraverso una tensione geometrica che guida l’occhio dello spettatore dall’alto verso il basso, simulando l’accelerazione e la forza di gravità. Il velivolo si scompone in forme triangolari e spigolose, fondendosi con l’atmosfera circostante. Questa tecnica richiama l’estetica futurista, dove l’oggetto e lo spazio si compenetrano fino a diventare un’unica entità dinamica.
Michetti utilizza un contrasto potente tra le tonalità calde e terrose del velivolo e le nuvole di colore freddo — blu, viola e malva — che compongono lo sfondo. Questi passaggi tonali, dati con una pennellata vibrante, conferiscono al dipinto una dimensione onirica e rarefatta.
L’opera rappresenta il superamento della materia attraverso la velocità. L’aereo diventa un simbolo di sfida e progresso, ma la delicatezza dei toni scelti da Michetti stempera l’aggressività del soggetto, trasformando il volo in una riflessione poetica sulla libertà e sullo spazio.
Una sintesi perfetta tra rigore geometrico ed emozione pittorica, dove il volo diventa un segno indelebile sulla tela.

In quest’opera del 1924 dal titolo evocativo, “Gli Specchi di Archimede”, Giuseppe Sorano fonde la storia antica di Siracusa con una visione artistica che sembra anticipare l’astrazione moderna. Il dipinto è un omaggio al genio archimedeo, reinterpretato attraverso una sensibilità cromatica vibrante e una struttura compositiva ipnotica.
L’opera è costruita su una fitta trama di segni che sembrano convergere verso un nucleo centrale, richiamando la leggendaria concentrazione dei raggi solari tramite gli specchi ustori. La luce non è piatta, ma emana da cerchi concentrici e forme sferiche che pulsano sulla tela. La tavolozza è dominata da sfumature di turchese, verde smeraldo e azzurro, che evocano il mare della Sicilia e l’atmosfera mediterranea. Questi toni freddi sono contrastati da zone d’ombra più profonde e calde, creando una tridimensionalità quasi cosmica.
Sorano utilizza un tratto puntiforme e filamentoso — tipico della sua fase post-futurista — per dare forma all’invisibile. Ogni pennellata contribuisce a creare un senso di energia cinetica e vibrazione luminosa, rendendo l’immagine dinamica e mutevole a seconda dello sguardo dell’osservatore. Più che una rappresentazione letterale, l’opera è una riflessione sulla potenza del pensiero e della scienza. Gli “specchi” diventano portali visivi attraverso cui l’artista esplora il confine tra la materia e l’energia pura.
Un capolavoro che trasforma il mito scientifico in pura poesia visiva, confermando Giuseppe Sorano come uno dei maestri più originali del Novecento siciliano.

Questa rielaborazione moderna dell’opera di Giuseppe Sorano, concepita dall’Avvocato Nicola Tilli (ideatore della collezione Unwalled) attraverso l’uso creativo dell’intelligenza artificiale, trasforma il concetto originario in un’esplosione visiva di estetica digitale e fisica teorica.
Al cuore della composizione, ideata e creata nel 2024, non troviamo più una semplice suggestione di luce, ma una struttura complessa che ricorda sia un cervello umano che un corpo celeste. Questo elemento simboleggia la potenza dell’intelletto di Archimede che si fa materia. L’uso di linee radiali e cerchi concentrici perfetti richiama il rigore matematico e ottico dei leggendari specchi ustori. La precisione geometrica dell’IA enfatizza l’idea di una focalizzazione energetica estrema, portando il concetto di “riflesso” verso una dimensione tecnologica. L’opera mantiene la palette cromatica cara a Sorano — con i suoi blu profondi e turchesi acquatici — ma li accende con bagliori di luce calda e riflessi dorati. Questo contrasto tra il freddo dello spazio e il calore della luce concentrata crea una tensione visiva di grande impatto.
La versione di Tilli trasforma il mito storico in un’immagine che parla di singolarità, energia e progresso. Rappresenta il momento in cui l’idea diventa forza fisica, unendo il genio siracusano dell’antichità con le nuove frontiere della creazione digitale.
Una reinterpretazione audace che non tradisce l’anima dell’originale, ma ne espande i confini, rendendo omaggio a Sorano attraverso il linguaggio della modernità.

In “La follia della guerra”, Maria Vittoria Papini abbandona l’estetica onirica per farsi testimone della tragedia collettiva. L’opera si presenta come un collage di anime e frammenti di vita quotidiana spezzati dalla violenza, dove lo spazio bianco della tela diventa un non-luogo di attesa e sofferenza.
La composizione non segue una prospettiva tradizionale, ma si articola per “stazioni” di dolore. Vediamo figure erranti, volti segnati dal terrore e scene di separazione che richiamano i drammi dei profughi e delle vittime civili. Al centro e nei dettagli emergono figure di bambini e giocattoli, simboli di un’innocenza calpestata. La presenza di peluche e disegni infantili crea un contrasto lancinante con il contesto bellico, sottolineando l’assurdità della violenza. L’uso di toni grigi e desaturati per lo sfondo enfatizza il senso di gelo, non solo climatico ma esistenziale. I tocchi di colore più vivido sono riservati ai soggetti umani, quasi a voler preservare la loro dignità e la loro storia in un mondo che tende a cancellarle.
Come Presidente degli Artisti di Pietrasanta, Vittoria Papini utilizza la sua arte come strumento di impegno civile, trasformando la tela in un manifesto contro l’indifferenza e una preghiera visiva per la pace.
L’opera non accusa un singolo schieramento, ma mette in mostra la “follia” intrinseca di ogni guerra. Ogni figura isolata nel vuoto della tela rappresenta l’individualità perduta nella massa di un conflitto, un tema caro all’artista che qui si sposta dalla scultura in ceramica alla pittura di cronaca sociale.

In questa creazione in ceramica, Maria Vittoria Papini abbandona ogni dettaglio figurativo superfluo per concentrarsi sulla forza del gesto. “Il servo del padrone” raffigura una silhouette umana stilizzata, piegata in un inchino che non è solo fisico, ma profondamente morale.
La scultura si flette in una curva tesa, quasi innaturale, che esprime visivamente il concetto di obbedienza e servilismo. L’assenza di tratti somatici e braccia sottolinea la privazione di strumenti d’azione: il “servo” è ridotto alla sua sola funzione di ossequio. La scelta del colore rosso vibrante e lucido conferisce all’opera una duplice valenza. Da un lato richiama la passione e il sangue, dall’altro agisce come un segnale d’allarme, attirando l’occhio dello spettatore sulla drammaticità della posa. La figura poggia su una base grezza in legno scuro. Questo contrasto tra la levigatezza della ceramica smaltata e la porosità naturale del supporto ligneo radica l’opera in una dimensione terrena, quasi arcaica.
In qualità di Presidente degli Artisti di Pietrasanta (ASART), Vittoria Papini dimostra con quest’opera come la scultura possa farsi veicolo di critica sociale, mantenendo intatta un’eleganza formale che è marchio di fabbrica della sua produzione.
Quest’opera si inserisce perfettamente nel percorso di ricerca della Papini, dove la figura umana viene spesso “vivisezionata” nelle sue fragilità. Se in “La follia della guerra” l’artista esplora il dolore collettivo, ne “Il servo del padrone” l’attenzione si sposta sulla psicologia dell’individuo e sulla sua capitolazione di fronte all’autorità.

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